Il (nuovo) rapporto tra amministratore e società: secondo la Cassazione non è (più) assimilabile ad un rapporto di lavoro, con buona pace dei relativi contratti – Ep. 11

Ep. 11 – Il (nuovo) rapporto tra amministratore e società

MCM Il podcast di diritto per le piccole e medie imprese

Siete soci o amministratori di società? Magari siete sia soci che amministratori!?

Allora l’argomento che affrontiamo nell’undicesima puntata di MCM il podcast di diritto per le piccole e medie imprese vi interesserà sicuramente!

Ci occupiamo infatti della sentenza n. 1545/2017 delle Sezioni Unite della Corte di Cassazione, la quale ha completamente rivoluzionato l’interpretazione data fino ad oggi al rapporto intercorrente fra l’amministratore e la società, arrivando a negare la prassi finora praticata di stipulare veri e propri contratti di lavoro che regolassero la posizione dell’amministratore societario.

Partiremo dall’analisi del contenuto della sentenza della Corte di Cassazione e vedremo quindi come si potrà regolare il rapporto fra amministratore e società in mancanza di contratto.

Valuteremo poi anche gli ulteriori importanti riflessi che questa pronuncia avrà sulla posizione degli amministratori societari, relativi ad esempio all’individuazione del giudice avanti il quale instaurare le eventuali controversie con la società oppure alla possibilità per i creditori dell’amministratore di aggredire i compensi percepiti da questi ultimi.

Per l’analisi completa della sentenza e per saperne di più sugli effetti che essa avrà sul rapporto intercorrente fra l’amministratore e la società, ascoltate il nostro podcast.

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Materiali:

  1. Sentenza Cass. Civile Sezioni Unite n. 1545/2017

Finanziamenti per PMI

L’opportunità di finanziamento che vi proponiamo nella puntata di oggi è il bando Finanza & e-commerce,  che concede contributi a fondo perduto alle imprese per favorire l’individuazione di strumenti finanziari e creditizi adeguati alle strategie di export e l’accesso ai canali di e-commerce, nell’ottica di ampliare le opportunità di vendita sui mercati esteri.

Ascoltate il podcast per un approfondimento sulle caratteristiche di questo intervento!

Tutta la documentazione relativa al bando è liberamente consultabile all’indirizzo http://www.mi.camcom.it/bando-finanza-ecommerce.

Non hai voglia di ascoltare il podcast ma sei comunque interessato all’argomento?

Nessun problema! Qui sotto puoi trovare la trascrizione integrale (sebbene non fedelissima) dell’episodio n. 11 – Il (nuovo) rapporto tra amministratore e società.

MJ – Eccoci finalmente arrivati all’appuntamento con un nuovissimo ed attesissimo undicesimo episodio di MCM il podcast di diritto per le piccole e medie imprese!!!

Questo è il podcast per gli italiani che hanno voglia di conoscere le opportunità che il nostro diritto, modificandosi nel tempo, offre alle piccole e medie imprese.

Per chi ancora non mi conoscesse, io sono Matteo Majocchi, avvocato del foro di Milano e socio fondatore di MCM Studio Legale Associato Majocchi Cavajoni Molinari, e insieme a tutti i professionisti dello studio ho dato vita a questo podcast con il fine di diffondere la conoscenza del diritto; cercando di spiegare nel modo più semplice possibile, a chi non si occupa di questo nella vita, gli aspetti più interessanti, e soprattutto utili, del mondo del diritto, con un occhio sempre puntato alle ultime novità legislative o giurisprudenziali.

Per tutti i nuovi ascoltatori, ricordo che potete trovare tutte le puntate precedenti di MCM il podcast di diritto per le Piccole e Medie Imprese, su Itunes, Spreaker e nell’apposita sezione dedicata al podcast sul nostro sito internet, www.studiolegalemcm.it.

Oggi sono nuovamente in compagnia dell’avvocato Elisa Consonni, che ha preparato e realizzato insieme a me questo episodio.

EC – Benvenuti e ben trovati anche da parte mia.

Partiamo subito col presentare l’argomento di oggi: vogliamo commentare con voi una recentissima sentenza delle Sezioni Unite della Corte di Cassazione che ha decisamente rivoluzionato l’interpretazione finora data al rapporto che intercorre fra la società e i suoi amministratori.

E l’argomento è sicuramente importante perché influenza direttamente la posizione, diciamo, lavorativa di tutti quei soggetti che fanno del ruolo di amministratore gestore di una società la propria professione prevalente.

La sentenza di cui stiamo parlando è la n. 1545/2017 (che potete trovare pubblicata sul nostro sito internet www.studiolegalemcm.it nella sezione podcast fra i materiali di approfondimento).

Nel corso di questa puntata, vogliamo quindi prima di tutto analizzare il contenuto di questa recentissima sentenza e poi capire sono e quali saranno, nel prossimo futuro, gli effetti di questa pronuncia sulla gestione dei rapporti fra amministratori e società, ma anche altri importati aspetti relativi, ad esempio, alle nuove possibilità per i creditori degli amministratori di aggredire i compensi percepiti da questi ultimi.

MJ – Parlavi di una sentenza rivoluzionaria, ed in effetti proprio così.

Infatti, con questa pronuncia, la Corte di Cassazione ha cambiato completamente interpretazione rispetto a quanto affermato più di vent’anni fa dalle stesse Sezioni Unite che avevano qualificato il rapporto fra amministratore e società come un rapporto lavorativo vero e proprio (per i più tecnici, si parlava nello specifico di rapporto parasubordinato).

Ecco, questa impostazione è stata completamente stravolta dalla Suprema Corte, che parla oggi invece di rapporto societario. Vedremo a breve che cosa si intende per rapporto societario e quali sono le conseguenze di questa impostazione.

In sostanza, secondo la Corte non è più possibile assimilare la posizione dell’amministratore di società a quella del lavoratore vero e proprio e la prima immediata conseguenza è che questo rapporto non può essere regolato da un contratto di lavoro (ma, come vedremo più specificatamente in seguito, non può essere regolato da alcun contratto in generale).

Questo perché, nel rapporto fra amministratore e società, manca uno dei presupposti fondamentali che consente di identificare un rapporto di lavoro, ovvero il requisito del “coordinamento”.

Dove per coordinamento si intende quella situazione in cui il lavoratore è soggetto ad una direzione altrui, ovvero compie un’attività, svolge un ruolo, che è comunque indirizzato da altri e, tipicamente, dal datore di lavoro.

Ecco, questo requisito – secondo la Suprema Corte – non è presente nel caso degli amministratori della società.

Gli amministratori, infatti, sono organi necessari della società stessa, organi che al pari dell’assemblea compongono ed identificano la società. Si parla, in diritto, di ^rapporto di immedesimazione organica^, proprio per dire che la società si identifica con i suoi organi (cioè l’assemblea, il consiglio di amministrazione, il collegio sindacale), i quali quindi non sono soggetti esterni rispetto alla società stessa. Ed è in questa immedesimazione che consiste il cosiddetto ^rapporto societario^.

Partendo da questo presupposto, quindi, è evidente che – mancando una dualità fra amministratore e società – non ci può essere un potere o una situazione di coordinamento di chicchessia nei confronti degli amministratori.

L’amministratore è parte della società e quindi non può e non è coordinato da essa. Sarebbe un po’ come se volessimo sostenere di essere coordinati da noi stessi!

Ciò posto, proprio per questo motivo, non c’è possibilità di sottoscrivere alcun tipo di contratto che disciplini il rapporto tra amministratore e società ed i reciproci diritti ed obblighi.

E questo nemmeno a voler considerare un ipotetico coordinamento dell’amministratore da parte dell’assemblea dei soci.

La Cassazione ci ricorda infatti che l’assemblea ha la possibilità di esercitare un potere di gestione della società molto limitato e specifico, mentre il potere di gestione degli amministratori è di carattere molto più ampio, in quanto sussiste per tutti gli atti che per legge non sono riservati all’assemblea. È evidente quindi che non si può parlare in alcun modo di potere di coordinamento e/o di direzione dell’assemblea nei confronti dell’amministratore societario.

L’amministratore è infatti il vero egemone dell’ente sociale e la sua attività, per natura, non può essere coordinata, diretta e/o comunque indirizzata da altri, come avviene invece nel rapporto che c’è fra lavoratore e datore di lavoro.

EC – Posta questa ricostruzione effettuata pochi mesi fa dalla Cassazione, si pone oggi un problema evidente: come regolare materialmente il rapporto fra amministratore e società?

La stipulazione di un contratto, infatti, è sempre stata una prassi diffusissima, e finora era del tutto legittima, ma alla luce di questa nuova pronuncia non è più chiaramente praticabile.

Che fare quindi?

L’unica alternativa è utilizzare gli strumenti tipici del diritto societario per poter regolare e disciplinare la posizione degli amministratori. Sto parlando ad esempio delle delibere del consiglio di amministrazione oppure direttamente dell’atto di nomina dell’amministratore da parte dell’assemblea. Ecco sono questi i due strumenti tipici tramite i quali si potrà regolamentare da oggi in poi il rapporto tra amministratore e società

MJ – La soluzione più utilizzata attualmente nella prassi è quella di stipulare il cosiddetto service agreement, ovvero un accordo scritto tra l’amministratore e la società, tramite il quale quest’ultima – attraverso l’assemblea o il consiglio di amministrazione – si impegna a garantire all’amministratore l’applicazione di determinate condizioni diciamo, in senso lato, lavorative e/o contrattuali.

Il vantaggio di questo tipo di accordi è che, in questo modo, l’amministratore sarà tutelato nel caso in cui la società non dovesse rispettare le condizioni stabilite. Si potrà infatti far valere la responsabilità contrattuale della società proprio in forza del service agreement stipulato.

In ogni caso, possiamo considerare come ancora valida ed esistente almeno una ipotesi in cui sarà possibile stipulare un vero e proprio contratto di lavoro: la stessa Corte di Cassazione infatti ritiene che ciò potrà avvenire in tutti quei casi in cui effettivamente si instauri tra l’amministratore e la società un autonomo, parallelo e diverso rapporto che assuma le caratteristiche di un effettivo rapporto di lavoro.

Questo è lo spiraglio lasciato dalla Corte di Cassazione in merito alla sopravvivenza di ipotesi regolate dal diritto del lavoro.

Ovviamente la sussistenza di un simile rapporto lavorativo va verificata nel concreto e quindi caso per caso, ma la stessa sentenza delle Sezioni Unite ci offre un esempio di questo tipo: si tratta del caso di chi è stato assunto originariamente dalla società con incarico di dirigente (quindi con regolare contratto di lavoro) e, solo successivamente, viene a ricoprire la carica di componente del consiglio di amministrazione. In questo caso, il contratto originariamente stipulato continuerà a valere fra le parti per regolare le condizioni di svolgimento del rapporto.

Alcuni interpreti ritengono poi che si possa individuare almeno un altro caso in cui il contratto potrebbe mantenere la sua utilità: ovvero il caso in cui, nell’ambito di un gruppo societario, al manager con posizione lavorativa dirigenziale, venga affidato il compito di amministrare una diversa società del gruppo. In questo caso, questa attività di gestione potrà essere oggetto di un contratto di lavoro, perché viene svolta nei confronti di una diversa società (anche se facente parte del medesimo gruppo societario) e quindi di un diverso soggetto giuridico.

EC – Quanto appena detto vale ovviamente per ciò che riguarda il rapporto fra gli amministratori e la società, ma l’intervento riformatore della Suprema Corte ha indubbiamente riflessi anche su altri aspetti della vita, diciamo così, degli amministratori.

Mi riferisco innanzitutto al fatto che, a fronte di questo cambio di rotta della Cassazione, le controversie relative al rapporto fra amministratori e società non potranno più essere ritenute di competenza del giudice del lavoro, ma saranno soggette solo ed esclusivamente alla competenza del tribunale delle imprese. Ciò significa quindi che vi sarà un giudice diverso presso cui l’amministratore dovrà instaurare l’eventuale giudizio nei confronti della società e, a tale giudizio, non potranno essere applicate le regole che disciplinano il processo del lavoro.

Ma questa non è l’unica conseguenza dell’impostazione risultante dalla recente pronuncia della Cassazione. Anzi, proprio questa pronuncia trae origine da una questione ben più specifica sottoposta alla Corte di Cassazione, ovvero da un credito vantato da una banca nei confronti di un amministratore societario, la quale – per soddisfarsi – aveva proceduto al recupero del credito tramite pignoramento del compenso percepito dall’amministratore.

Molti di voi sapranno che, quando si tratta di redditi percepiti in forza di un rapporto di lavoro, lo stipendio è pignorabile solo nel limite di un quinto del totale così come previsto dall’art. 545 del codice di procedura civile.

Ecco, la Cassazione è stata chiamata a valutare la possibilità o meno di pignorare per intero i compensi e/o gli emolumenti percepiti dall’amministratore di una società.

Ed è a tal fine che la Cassazione si è occupata quindi della qualificazione del rapporto fra amministratore e società; proprio per verificare se anche agli stipendi percepiti dall’amministratore possa applicarsi questo limite di pignorabilità di un quinto previsto dal codice di procedura civile con riferimento ai redditi di lavoro.

Ecco, l’interpretazione fornita da ultimo dalla Suprema Corte rende chiaro che non è così.

Infatti, poiché – come abbiamo detto prima – non si tratta di compenso percepito nell’ambito di un rapporto di lavoro, l’emolumento dell’amministratore di una società è pignorabile per intero e non nel limite di un quinto del totale.

MJ – Ecco, riepilogando quanto fin qui detto, è evidente che questa nuova pronuncia delle Sezioni Unite è destinata ad avere notevoli effetti sulla posizione professionale dell’amministratore societario. Primo fra tutti il fatto che dovrà definitivamente essere abbandonata quella prassi a tutt’oggi in vigore di stipulare veri e propri contratti di lavoro per regolare il rapporto di quest’ultimo con la società.

Alcuni interpreti stanno già domandandosi quindi che ne sarà dei contratti attualmente in vigore, stipulati prima di questo nuovo intervento della Cassazione e nei quali fino ad ora sono state inserite tutte le condizioni diciamo “lavorative” garantite all’amministratore.

Ovviamente una risposta certa non possiamo ancora darla, perché bisognerà aspettare le prime pronunce della giurisprudenza che si troverà a valutare i singoli casi concreti per decidere della sopravvivenza o meno degli accordi già stipulati.

Tuttavia, ci sembra ragionevole ritenere che le condizioni definite nei contratti già stipulati potranno comunque continuare ad essere applicate all’amministratore, magari trasformando questi accordi in atti unilaterali della società (ad esempio recependoli all’interno di delibere assembleari).

Direi che sull’argomento abbiamo concluso, prima di salutarvi però, come di consueto, vogliamo segnalarvi una nuova opportunità di finanziamento per la vostra piccola o media impresa. Elisa…

EC – Sì, grazie.

Oggi vogliamo parlarvi del Bando Finanza & e-commerce che concede contributi a fondo perduto alle imprese per favorire l’individuazione di strumenti finanziari e creditizi adeguati alle strategie di export e l’accesso ai canali di e-commerce, sempre nell’ottica di ampliare le opportunità di vendita sui mercati esteri.

Nello specifico il bando prevede due linee di intervento:

  • la linea A, che prevede la redazione e l’attuazione di un piano finanziario aziendale per l’export, che i beneficiari dovranno predisporre tramite l’assistenza di un export business manager, volto ad individuare gli strumenti finanziari e assicurativi più idonei a sostenere le strategie di vendita all’estero;

  • la linea B, che prevede l’individuazione di piattaforme di e-commerce specializzate nella vendita al consumatore finale sulla base degli specifici obiettivi di export, oltre che l’acquisizione di strumenti e servizi per avviare e/o migliorare l’attività di vendita su questi canali.

La domanda può essere presentata fino al 21 luglio 2017 dalle micro, piccole o medie imprese aventi sede legale e/o operativa in Lombardia che operano nel settore manifatturiero, delle costruzioni o dei servizi alle imprese.

Ogni richiedente potrà presentare una sola richiesta di contributo per ogni linea di intervento (per un massimo quindi di due richieste complessive). L’importo concesso quale contributo a fondo perduto andrà a parziale copertura delle spese sostenute dalle imprese ai fini previsti dalle due linee di intervento che abbiamo visto prima, fino ad un massimo del 50% dei costi sostenuti.

MJ – Bene, per oggi è davvero tutto. Speriamo di avervi potuto far comprendere al meglio la portata dell’intervento delle Sezioni Unite della Corte di Cassazione e vi ricordo comunque che per qualsiasi domanda o richiesta di chiarimento, sia in merito al rapporto amministratori/società, sia in merito al bando Finanza & e-commerce, potete scriverci all’indirizzo podcast@studiolegalemcm.it.

Ci chi segue dall’inizio lo sa, ma lo ricordo soprattutto ai nostri nuovi ascoltatori: il fine che ci siamo proposti è quello di diffondere il diritto presso i non professionisti e quindi gli argomenti che trattiamo vengono esposti con un linguaggio necessariamente semplificato e non tecnico. Vi invitiamo quindi, qualora abbiate necessità di ricevere assistenza o consulenza su casi specifici, a contattarci direttamente ai nostri recapiti presenti sul sito internet www.studiolegalemcm.it.

Grazie ancora una volta per l’attenzione e l’interesse con cui seguite il nostro podcast. Se non l’avete già fatto, iscrivetevi tramite Itunes o tramite il portale Spreaker.com, postando le vostre recensioni ed i vostri voti, in modo da farci sapere cosa ne pensate di questo progetto.

Un saluto e vi do appuntamento alla prossima puntata di MCM il podcast di diritto per le piccole e medie imprese.

Ciao a tutti!

pubblicato il 12 aprile 2017